NOI OMOSESSUALI CREDENTI
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- Dieci anni fa veniva emesso nella Diocesi di Innsbruck un documento sulla pastorale nei confronti delle persone omosessuali, frutto di un gruppo di lavoro costituito dall’allora vescovo Alois Kothgasser, oggi arcivescovo di Salzburg. Questo documento, che risente già di dieci anni di evoluzione teologica successiva, è sul piano pastorale molto al di là delle aspettative che possiamo avere sulla nostra chiesa e anche in direzione opposta a quella che, negli ultimi decenni, ha preso la chiesa cattolica romana, soprattutto in Italia. Noi, omosessuali cristiani appartenenti a Noi Siamo Chiesa dell'Emilia Romagna, leggiamo in questo documento parole che ci restituiscono conoscenza, sapienza e comunione nella chiesa, a differenza dei documenti del Magistero (in particolare le dichiarazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1975 e del 1986, assieme con le encicliche Humanae Vitae e Familiaris Consortio) che ci restituiscono misconoscenza, insipienza e disprezzo. Per questo motivo, invitiamo a rileggere il documento di Innsbruck, ad assumerlo e ad adottarne le linee guida, nella consapevolezza di essere in forte ritardo nei confronti della storia.
In forza delle conoscenze acquisite ad oggi dalle scienze umane – che la moderna teologia ha assunto pienamente rileggendo anche l’intera questione della sessualità, la natura relazionale di Dio e la priorità della coscienza individuale – possiamo affermare che l’omosessualità, come ogni orientamento sessuale, è variante naturale della sessualità iscritta nella relazionalità umana.
È importante sottolineare, peraltro, la perniciosa influenza che, sull’autentico sviluppo della persona, hanno i pregiudizi omofobi presenti nelle nostre società. Essi hanno costituito un tormento fin dai primi anni della crescita e ci hanno ostacolato nel normale sviluppo e floridità. Di tutto questo noi siamo consapevoli e testimoniamo che la nostra omosessualità si iscrive pienamente nell’autenticità della nostra vita, a livello interiore, interpersonale e nel rapporto positivo con Dio. Lo stesso potrebbe avvenire senza problemi a livello sociale ed ecclesiale, se non esistesse l’omofobia.
Da questo punto di vista appare prioritaria la lotta ai pregiudizi e alle discriminazioni. Non vogliamo farci illusioni: il replicarsi delle frasi offensive e delle immagini stereotipate su gay e lesbiche è un fenomeno che non può certo essere contrastato efficacemente, anche a fronte di campagne di informazione e sensibilizzazione (semmai ce ne fossero), senza un’attiva partecipazione di molte persone.
È quindi importante che anche le nostre comunità cristiane, in quanto agenzie educative di giovani ed adulti, si facciano promotrici di questa rivoluzione di mentalità. Con “accoglienza”, cioè, intendiamo un complesso di azioni, necessariamente in sinergia col parroco e con tutti i responsabili della pastorale comunitaria: · considerare positivamente la ragazza o il ragazzo che presenta un orientamento omosessuale, fin da quando si presenta il caso (tipicamente negli anni del dopo-cresima); · evitare qualsiasi allontanamento dagli incarichi o discriminazione dei laici omosessuali (giovani o adulti) nelle attività parrocchiali o diocesane; · dare supporto, sia come guida spirituale sia come accompagnamento ed aiuto nelle scelte di vita, ai ragazzi e agli adulti che incontrano difficoltà a causa dell’omosessualità; · dare supporto anche alle persone del contesto familiare della persona omosessuale (genitori, fratelli e sorelle, parenti ed amici), che potrebbero vivere delle difficoltà a causa dei pregiudizi interni ed esterni alla famiglia; · trattare l’orientamento omosessuale, benché minoritario, come legittimo negli insegnamenti, nelle omelie e nella catechesi a giovani ed adulti, evitando ogni seppur minimo collegamento con il concetto di perversione o la violenza sui minori; Bisognerebbe inoltre (noi ne sentiamo il bisogno già da decenni) avviare un serio dibattito sull’argomento e alla luce del sole, non nei sotterranei o negli studi dei teologi, metodi questi che risentono molto del tabù, ma anche di un ipocrita desiderio di mantenere il controllo sulle coscienze e la paura di perdere i propri privilegi. Tutto quanto detto non può avvenire, ovviamente, sulle teste delle/gli omosessuali, ma necessariamente li deve coinvolgere attivamente.
La visibilità, cioè il conoscere da parte degli altri l’orientamento sessuale, è da considerarsi – almeno in questa fase iniziale – un valore, e non qualcosa da evitare. Esso è un aspetto interiore che non pare rispettoso mettere in piazza, ma allo stesso modo con cui un eterosessuale non si vergogna di presentare a chiunque la propria fidanzata o moglie (o il proprio fidanzato o marito), allora bisogna che diventi possibile il non vergognarsi per una relazione sentimentale con una persona dello stesso sesso (comunque essa sia) che corrisponde al nostro orientamento.
Oggi sono già molte le relazioni durature omosessuali. Quelli di noi che hanno avuto la fortuna, e la responsabilità, di realizzare un progetto di coppia stabile, testimoniano che l’orientamento sessuale non pregiudica la qualità dell’amore che in esse si vive. Le nostre relazioni non sono relazioni di serie B, tantomeno di serie Z, come se consistessero solamente di amore-eros e per nulla di amore-agape, ma vivono le stesse aspirazioni e difficoltà, le stesse gioie e sofferenze, di qualsiasi relazione sentimentale. Pur nell’impossibilità di avere figli naturali, le nostre relazioni non vivono confinate nella sterilità, ma sanno rendersi feconde ed attive nelle comunità (piccole o grandi), laddove vengono accolte, finanche alla responsabilità genitoriale, nei casi in cui figli naturali od adottivi si sono trovati nella condizione di dover essere accolti. E poiché la nostra “liberazione dalla schiavitù d’Egitto” è avvenuta quando abbiamo (talvolta in età adulta) scoperto ed accolto il sorriso di Dio sulle nostre vite di omosessuali, noi facciamo memoria di questa pasqua tutte le volte che prestiamo un orecchio attento all’ascolto e senza sguardo di condanna verso le situazioni di bisogno inascoltato che incontriamo altrove nella società. Tutti questi sono segni inequivocabili, per noi, della benedizione di Dio sulle nostre vite e sulle nostre relazioni d’amore. Ci piacerebbe che, un giorno, anche le comunità dei credenti in cui siamo inseriti prendano atto di questa benedizione e ringrazino Dio – in una celebrazione comunitaria – per questo amore che solo da Lui proviene. Gruppo omosessuali credenti di Nsc Er Bologna 17 giugno 2008 |