"SETTIMANA", N.42: DALLA RIVISTA BOLOGNESE PAROLE ALTRE SULL'OMOSESSUALITA'
Omosessualità solo “malattia” o “devianza”?
E' innegabile un “grande silenzio” degli e sugli omosessuali nella chiesa, come se, riguardo a questo aspetto, le indicazioni della morale sessuale siano attenuate, se non sospese. Al di là delle indicazioni “dottrinali”, rimane il problema, per il pastore d’anime, di affrontare le situazioni personali. Parlare di unioni tra omosessuali in ambito cattolico fa venire i brividi. Ma la saggezza di pastori della chiesa deve far vincere la paura per una situazione che pure recentemente si è posta alla ribalta, con prese di posizioni, anche ufficiali: si pensi ai registri civili che alcuni comuni d’Italia hanno attivato per le unioni tra persone dello stesso sesso e la proposta (congelata) dei cosiddetti DICO. La posizione tradizionale della dottrina cattolica di fronte all’omosessualità è chiara. È un fenomeno che richiama istintivamente due spiegazioni: è una deviazione peccaminosa e/o una malattia. Ascoltando persone omosessuali, questa condizione non è percepita così dagli stessi omosessuali. Al di là degli atteggiamenti peccaminosi, che possono essere presenti in tutte le persone, l’omosessuale risponde che il suo è un modo di essere, che non deriva da atteggiamenti morali devianti o da malattie comportamentali. Sente un suo modo di relazionarsi affettivamente, diverso dagli eterosessuali in quanto è rivolto a persone dello stesso sesso. Un diacono un giorno mi spiegò: «In ciascuno di noi c’è una parte maschile e una femminile; la parte femminile in me, pur essendo uomo, è molto più presente di quella maschile». Una spiegazione non proprio limpida, ma che ha avuto almeno il merito di far comprendere la coscienza di un omosessuale dichiarato. Di fronte alla scoperta della propria omosessualità, due sono le strade che una persona ha di fronte a sé: tenerla nascosta o, al contrario, dichiararla e “professarla”. Nella storia recente ha prevalso l’impostazione della dichiarazione. Le manifestazioni del gay pride, se possono essere sgradevoli per la chiassosità o per le provocazioni che suscitano, hanno nel profondo l’obiettivo di dichiarare che la propria condizione non è “anormale”, ma è una condizione che esige rispetto, fino addirittura a farne un “orgoglio”. Se si riesce a “comprendere”, per un attimo, la condizione di “normalità” che l’omosessuale vive e dichiara, si comprende perché il passo successivo alla presa di coscienza del proprio stato sia la richiesta del riconoscimento stabile della propria affettività. Da qui “la pretesa” che questa unione sia definita anche dalla legge, nella forma del matrimonio omosessuale o almeno di dichiarazione di unione. Nella coscienza civile sta entrando la convinzione che le richieste degli omosessuali siano “diritti”: se lo stato di omosessualità non ha nulla di irregolare, se il consenso è espresso da adulti, se è assente la costrizione, è evidente che nulla si opporrebbe alla dichiarazione “civile” di convivenza. Ma le richieste omosessuali vanno ancora più in là: chiedono un vero e proprio matrimonio e l’affidamento di eventuali bambini.
La dottrina della chiesa
La posizione della chiesa, nelle sue varie dichiarazioni, è esplicita. I recenti principali documenti di riferimento sono molti; facciamo riferimento a otto: quattro della Congregazione per la dottrina della fede (1975, 1986, 1992, 2004),[1] uno della Congregazione per l’educazione cattolica (2005),[2] due del Pontificio consiglio per la famiglia (1994, 2000),[3] oltre al Catechismo della chiesa cattolica (1992).[4]
Il pensiero di questi documenti “solenni” può essere riassunto in quattro passaggi significativi.
1. Il primo riguarda la natura di questa tendenza. Il Catechismo dichiara: «[L’omosessualità] si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile».[5] Questo passaggio sembra avvicinarsi molto alla definizione di omosessualità come stato, non imputabile, quindi, a devianza o a malattia.
Tutti i testi, infatti, parlano di rispetto della persona, a prescindere dall’orientamento sessuale: sono condannate tutte le forme di pregiudizio, di disprezzo, di persecuzione.[6] L’interpretazione del passo è però corretta dalla definizione del Catechismo che parla dell’omosessualità come di una «inclinazione oggettivamente disordinata».[7] Rimane la risposta irrisolta da chi e come questo disordine sarebbe provocato. Le espressioni usate sono ambigue, perché ondeggiano tra il prendere atto di una tendenza non colpevole e il definire l’omosessualità come tendenza “frutto di peccato”.
2. La seconda distinzione è tra orientamento omosessuale e atti omosessuali. Tale distinzione è più esplicita: in sé la tendenza non deve comportare alcun giudizio morale. Sono gli atti omosessuali peccaminosi, non differentemente da atti compiuti da eterosessuali.
3. La terza affermazione riguarda la dottrina tradizionale della castità: al di fuori del matrimonio, nessuna attività sessuale è permessa, in quanto ogni atto sessuale è lecito se orientato alla procreazione in ambito matrimoniale.
4. Infine, l’unione tra omosessuali è, senza ombre di dubbio, condannata. Dichiara un documento della Congregazione per la dottrina della fede: «In presenza del riconoscimento legale delle unioni omosessuali, oppure dell'equiparazione legale delle medesime al matrimonio con accesso ai diritti che sono propri di quest'ultimo, è doveroso opporsi in forma chiara e incisiva. Ci si deve astenere da qualsiasi tipo di cooperazione formale alla promulgazione o all'applicazione di leggi così gravemente ingiuste nonché, per quanto è possibile, dalla cooperazione materiale sul piano applicativo. In questa materia ognuno può rivendicare il diritto all'obiezione di coscienza».[8]
Poco prima, lo stesso documento aveva introdotto però una sfumatura: «Laddove lo stato assuma una politica di tolleranza di fatto, non implicante l'esistenza di una legge che esplicitamente concede un riconoscimento legale a tali forme di vita, occorre ben discernere i diversi aspetti del problema. La coscienza morale esige di essere, in ogni occasione, testimoni della verità morale integrale, alla quale si oppongono sia l'approvazione delle relazioni omosessuali sia l'ingiusta discriminazione nei confronti delle persone omosessuali».[9]
Considerazioni pastorali
L’esame dettagliato dei principali documenti pontifici lascia inalterati due grandi problemi. Prima di tutto, il giudizio sull’omosessualità. Si dice sia un’inclinazione «oggettivamente disordinata». L’«oggettivamente» del Catechismo si contrappone, per logica, a «soggettivamente». In altre parole, chi è omosessuale vive una condizione di disordine, senza per questo esserne colpevole? In caso affermativo, sarebbe una persona come tutte, sessualmente orientata in maniera diversa dalla maggioranza delle persone, ma non per nulla «riprovevole». Questa interpretazione è smentita in altri documenti. La Congregazione per l’educazione cattolica apoditticamente dichiara: «La chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al seminario e agli ordini sacri coloro che praticano l'omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta “cultura gay”».[10] Il motivo immediato sarebbe un non corretto relazionarsi con uomini e donne. In realtà, tutto il documento afferma che si tratterebbe di persone con insufficiente «maturità affettiva», portatrici di veri e propri «disturbi sessuali incompatibili con il sacerdozio». Ritorna, con largo giro di parole, la definizione di irregolarità che, oltre ad essere oggettiva, diventerebbe soggettiva. Se, infatti, si parla di maturità sessuale, essa andrebbe esigita sia negli etero che negli omosessuali. Per questi ultimi non è prevista comunque la «maturità affettiva» necessaria al ricevimento del sacramento dell’ordine. Cacciata dalla porta, ritorna dalla finestra la definizione negativa dell’omosessualità. In questo giudizio ci si appella a tutta la tradizione biblica sia vetero che neotestamentaria e a tutta la tradizione della chiesa. Il divario tra la coscienza delle persone omosessuali e l’approccio cristiano diventa così incolmabile. Personalmente non credo sia necessario sottolineare tale diversità. Per la dottrina della chiesa, la sessualità va contemplata all’interno del matrimonio. Chi non è sposato è tenuto alla castità sia esso eterosessuale, che omosessuale o semplicemente singolo non per scelta ma per necessità. Se non si allontana definitivamente il giudizio negativo dell’omosessualità (malattia o devianza), è difficile offrire rispetto a chi è omosessuale. Questo spiegherebbe “il grande silenzio” degli e sugli omosessuali nella chiesa. Ci sono persone (battezzati, religiosi, religiose e sacerdoti) che hanno chiaramente la “tendenza omosessuale”, gestita dignitosamente nel rispetto della castità, come ci sono persone (omo ed eterosessuali) che non conservano dignitosamente tale virtù.
Insistere sulle conclusioni (vivere la castità) piuttosto che sulle premesse (le tendenze) avrebbe il vantaggio di allontanare discriminazioni. La seconda grande questione è l’unione tra omosessuali. Per gli eterosessuali, nel matrimonio, dotato «di beni e fini» – come dice il concilio –, la sessualità si può e si deve esprimere dignitosamente.[11] Per la dottrina della chiesa nessun tipo di unione omosessuale può essere ammesso: il documento della Congregazione per la dottrina della fede del 2004 argomenta contro le unioni omosessuali con ragioni di ordine razionale, biologico e antropologico, sociale e giuridico.[12] Sembra addirittura che il giudizio negativo al riconoscimento delle unioni di fatto sia ancora più forte che per singoli atti omosessuali, fino ad invocare l’obiezione di coscienza ai rappresentanti di Parlamenti che fossero chiamati a legiferare su tale argomento. Il problema della gestione della sessualità diventa drammatico non solo per chi non è sposato, ma anche per chi neppure potrà mai esserlo. I documenti accennano a una «prova»[13] che Dio esigerebbe da loro. Sembra un appello un po’ “curiale”, di quelli a basso costo. In realtà l’omosessuale, che vive uno status oggettivo particolare, non avrebbe altra scelta che quella di essere casto.
Le situazioni personali
Al di là delle indicazioni “dottrinali”, rimane il problema, per il pastore d’anime, di affrontare le singole situazioni personali. Ci sono molte persone (uomini e donne) omosessuali che si dichiarano cristiane e hanno un sincero sentimento religioso. Come accompagnarli in quella via di salvezza che ad ognuno è riservata dalla grazia di Cristo? Genericamente, la dottrina indica che ad ognuno sarà data la grazia necessaria per rimanere fedele a Cristo. Questa strada maestra va comunque collocata nelle singole storie. Sono due le grandi questioni, anche teoriche, che la condizione omossessuale fa emergere. a) La prima è quella della cosiddetta economia, teoria molto presente nella spiritualità ortodossa. In altre parole: le situazioni personali vanno collocate all’interno del grande disegno di Dio che vuole tutti salvi. Da qui la domanda: un’inclinazione (che è dichiarata oggettivamente disordinata) può portare, come conseguenza, la castità obbligatoria? In linea teorica, questa posizione è insostenibile. Può darsi che qualcuno possa essere chiamato alla santità in una condizione celibataria “eroica”. Non si può concludere che la virtù celibataria scatti automaticamente nella condizione di omosessualità. Si annullerebbe il concetto stesso di virtù (chiamata) che verrebbe ad essere legata “necessariamente” a uno status, tra l’altro nemmeno voluto e per di più disordinato. b) La seconda questione riguarda la gravità della materia della sessualità. È una questione che ha attraversato la dottrina della chiesa da sempre: come mai tutta la materia riguardante il sesto e il nono comandamento non prevede il peccato che una volta si chiamava veniale, ma la trasgressione, in pensieri, parole ed opere, è sempre comunque grave? In questa condizione, ogni omosessuale che non controllasse nei minimi dettagli ogni pensiero, sentimento, ogni azione sarebbe in condizione di peccato mortale. Per essere virtuosi occorrerebbe diventare a tal punto ossessivi con se stessi da sfiorare la scrupolosità patologica. La strada ragionevole è quella di invocare i principi della morale classica che indicano nella piena consapevolezza e nel deliberato consenso (oltre la materia grave) le condizioni indispensabili per commettere peccato. Qualora il deliberato consenso fosse “limitato” si scenderebbe – sempre dalla morale classica – dal peccato mortale, al peccato “lieve”: a una condizione cioè di imperfezione e non di rottura nel rapporto con Dio. L’indicazione della spiritualità è altra: aderire alla santità con tutta la grazia necessaria e con tutto il proprio impegno. Rimane, a questo proposito, problematica l’asserzione del Catechismo della chiesa cattolica quando dichiara: «Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un'amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana».[14] Logica avrebbe voluto che si dichiarasse: le persone omosessuali sono chiamate – come tutti – alla santità e non alla castità. A quale disegno divino ci si può appellare perché a chi vive un’inclinazione disordinata venga suggerita (e imposta) la castità perfetta? Nell’elaborazione antropologica cristiana questa asserzione contraddice tutta la materia riguardante la sessualità, in quanto l’inclinazione naturale dei fedeli cristiani è diretta al matrimonio, dove si esprime la sessualità. La castità è una chiamata particolare alla quale alcuni possono essere eletti. Credo non sia azzardata l’ipotesi che, nella situazione di omosessualità, le indicazioni della morale sessuale siano attenuate, se non sospese. Non a motivo di privilegio, ma proprio per la condizione oggettiva e soggettiva che l’omosessuale vive. Concludendo: il pastore non abbia paura (né pregiudizi) per la condizione di omosessualità; accompagni verso le virtù cristiane chiunque, nessuno escluso. Non abbia la pretesa di giudicare ma, qualora interpellato, indichi la strada della piena consapevolezza e del consenso per ogni azione umanamente responsabile. Ogni situazione va esaminata con prudenza e carità, senza la pretesa di “obblighi” che spettano a Dio. Solo ed esclusivamente in ogni singola storia si possono dare indicazioni spiritualmente valide.
Vinicio Albanesi
[1] Congregazione per la dottrina della fede, Dichiarazione “Persona humana”, 29 dicembre 1975; Id., Dichiarazione “Homosexualitatis problema”, 1° ottobre 1986; Id., Alcune considerazioni concernenti la risposta a proposte di legge sulla non discriminazione delle persone omosessuali, 23 luglio 1992; Id., Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 3 giugno 2004.
[2] Congregazione per l’educazione cattolica, Istruzione circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali, 4 novembre 2005.
[3] Pontificio consiglio per la famiglia, Lettera ai presidenti delle Conferenze episcopali d'Europa circa la risoluzione del Parlamento Europeo in merito alle coppie omosessuali, 25 marzo 1994; Id., Famiglia, matrimonio e “unioni di fatto”, 26 luglio 2000, n. 23.
[4] Catechismo della chiesa cattolica, 11 ottobre 1992, nn. 2357-2359.
[5] Catechismo della chiesa cattolica, n. 2357.
[6] Homosexualitatis problema, n. 10.
[7] Catechismo della chiesa cattolica, n. 2358.
[8] Congregazione per la dottrina della fede, Considerazioni circa i progetti…, n. 5.
[9] Ivi.
[10] Congregazione per l’educazione cattolica, Istruzione circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al seminario e agli ordini sacri,, 4 novembre 2005, n. 2.
[11] Cf. Gaudium et spes, n. 49.
[12] Cf. Congregazione per la dottrina della fede, Considerazioni circa i progetti…, 3 giugno 2004, nn. 6-9.
[13] Catechismo della chiesa cattolica, n. 2358.
[14] Catechismo della chiesa cattolica, n. 2359.
A me sono cadute le braccia nel dover leggere, ancora nel 2007, affermazioni come "al di fuori del matrimonio, nessuna attività sessuale è permessa, in quanto ogni atto sessuale è lecito se orientato alla procreazione in ambito matrimoniale.".
Quindi i miei genitori che superata la settantina ancora fanno sesso stanno peccando?
E una coppia eterosessuale giovane e sterile si dovrebbe astenere?
Credevo che questa posizione fosse superata.
A mio parere, finché si lega il sesso al concepimento l'omosessualità sarà sempre considerata una "devianza", una "anormalità".
Altra cosa: in questo articolo non si cita la Bibbia nemmeno una volta! Allora cosa ce l'abbiamo a fare?
Ciao Sara!
Il passaggio sulla sessualità fuori dal matrimonio come peccato non esprime la posizione di Albanesi, ma del magistero della Chiesa cattolica. Non mi pare che l'autore avvalli un pensiero simile.
Sull'assenza della Bibbia: è un fatto estremamente grave, che rispecchia l'andamento della Gerarchia, la quale prima mette la Tradizione, poi il Magistero e quindi le Sacre scritture.
Saluti
Giovanni
Glisso su quel sottotitolo inimmaginabile, così come sulla quintalata di virgolettati, quasi a voler dire senza dirlo.
Tutto molto interessante sul piano culturale, ma il punto è che gli e le omosessuali non chiedono alla Chiesa il permesso di esistere, tantomeno ad essa chiedono l’applicazione dei diritti civili. Semmai la richiesta è rivolta allo Stato che dovrebbe essere laico e governato da principi di uguaglianza che la Chiesa non applica da oltre 2.000 anni non si vede perché dovrebbe farlo oggi.
Ovviamente nessuno nega alla Chiesa il diritto di dire come la pensa, ma da qui a ficcare il naso in Parlamento gestendo l’agenda politica di un Governo e di parlamentari ipocriti e falsi “come Giuda”, se mi si consente di riciclare un detto popolare, ce ne corre.
Nulla in contrario quindi che la Chiesa indichi la via ai propri fedeli, se essa trova coerente con il messaggio cristiano emarginare parte del gregge in ragione della sessuofobia storicamente sedimentata nei meandri della Chiesa stessa, pazienza: faccia quello che ritiene essere il proprio dovere, se la vedrà con il Padre Eterno in sede di giudizio universale.
Al contrario è inaccettabile la continua intromissione della Chiesa in campi e luoghi che non le sono propri e vanno combattuti con ogni mezzo.
Da ultimo vorrei sottolineare una certa stanchezza nel continuare a notare l'uso di termini come tendenza come sinonimo di orientamento, castità come sinonimo di astinenza sessuale e così via. Lo so! Sono pignolo, ma perfino l'Unione Europea nei suoi testi ufficiali parla di orientamento sessuale e la cultura della tolleranza o meglio della comprensione passa anche attraverso un vocabolario che non evochi giudizi morali, peraltro mai passati di moda in questo Paese anche grazie all'azione, diciamo così, culturale della gerarchia ecclesiastica.
Il problema invece è proprio che la Chiesa Cattolica, discriminando gli omosessuali,e diventando di fatto una sentina di omofobia invece che uno dei luoghi sociali in cui l'accoglienza è promossa è custodita, va contro la sua stessa ispirazione e la sua missione!! Quindi concederle la legittimità delle opinioni omofobiche e lamentarsi solo delle "intromissioni" è rinunciare a metterla di fronte alla propria contraddizione interna e a un'arma importante per garantire a tutti, credenti e non, una società meno oppressiva.
Ho da poco letto questo articolo e sono rimasto perplesso.
mi trovo sempre più in disaccordo con una visione"normativa" dei comportamenti umani sopratutto in ambito sessuale.
La morale sessuale da 2000 anni a questa parte ha avuto una evoluzione enorme. Solo 600 anni fa la visione della donna e del matrimonio era diversissima da oggi.
Credo fermamente che molte famiglie cattoliche moderne con i parametri culturali del 1200 andrebbero dritte l'inferno!
Forse bisognerebbe andare alle radici del testo bibblico e capire perchè e cosa Gesù ci voleva dire sulla santità dell'unione sponsale e del lato carnale dell'esistenza.
La sessualità è sta voluta dal Signore ovviamente per la nostra riproduzione. Se anche nella vita che ci attende essa sarà certamente superflua, oggi la potenza e la capacità di amore dell'atto vanno valorizzati e non normati con una visione che potrebbe far sorridere i nostri pronipoti.
Solo se la Chiesa prenderà coscienza della relatività del suo pensiero, valida forse oggi (se non ieri) ma non di certo eterna, potremmo milgiorare la vita di molti, e a mio avviso realizzando pienamente il vangelo.